Quando il gaming diviene sport

Con l’incredibile sviluppo della tecnologia e dei processi informatici una nuova figura è venuta alla ribalta in modo assolutamente inconsapevole e silenziosa. È la figura del gamer, ovvero colui che può essere ritenuto un professionista dei videogiochi.
Ebbene si. Soprattutto noi trentenni e quarantenni di oggi che abbiamo trascorso molte delle nostre ore tra Game Boy, Play Station e Nintendo di ogni genere abbiamo dato il via ad un’evoluzione sociale che probabilmente nessuno si sarebbe mai aspettato.
D’altronde internet, si sa, ha dato vita e lavoro a tanti soggetti. Lavori che definire tale è veramente un’offesa a chi si alza quotidianamente alle ore 06.00 per portare un tozzo di pane a casa. Ma intanto è così. Il mondo è cambiato, le ipotetiche figure professionali si sono trasformate e fonti di guadagno che suscitano perplessità la fanno da padrone.
Figuriamoci che il ‘gamer’ ormai è uno sportivo. Uno sportivo che tra qualche anno potremmo trovarci alle Olimpiadi. Pazzia? Assolutamente no e se non ci credete chiedete a società sportive come la Sampdoria sul perché abbia ingaggiato un giocatore professionista di Fifa…

Come diventare gamer

Una ricetta, un modo preciso e un iter da seguire per diventare gamer professionista in realtà non c’è.
Di sicuro c’è che bisogna passare grandissima parte della giornata davanti alla console, davanti alla televisione al fine di diventare Pro.
Divenire tale significa essere un passo avanti rispetto a tanti altri giocatori, rispetto ad un’infinità di soggetti che magari lo fanno con il solo intento di passare un paio di ore per svagarsi.
Ma come si fa a stabilire il nostro valore? Mediante le esperienze online, semplice.  Per farlo bisogna avere una connessione internet di assoluto valore che ci permetta di avere un’esperienza in tempo reale senza ritardi (a tal proposito quando scegliete un abbonamento non dimenticate di fare la verifica della copertura ADSL).

E ovviamente c’è chi non condivide

Specificando e anticipando che noi non prendiamo posizione, o che comunque preferiamo non farlo, è giusto riconoscere merito e spazio a chi questa nuova concezione del mondo e del lavoro non la condivide. Sono in tanti infatti che non vedono l’utilità sociale di portare il gaming alle Olimpiadi: a che Pro? (a questo punto il gioco di parole è d’obbligo).
Passata questa fase intermedia, giustamente, dove console e joypad alla mano siamo all’apice del successo cosa ci rimane? Materialmente in noi cosa rimane in modo indissolubile? Sicuramente un ricordo, questo non lo sta a negare nessuno, ma nell’atto pratico, in quella che è la vita di tutti i giorni, cosa abbiamo imparato? A sparare come un cecchino da oltre 1 km di distanza? Non crediamo proprio…

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